Supponi adesso che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l'uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del fuoco ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fossero mostrati quegli oggetti e gli fosse indicata la fonte di luce, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre.
Allo stesso modo, se il malcapitato fosse costretto ad uscire dalla caverna e venisse esposto alla diretta luce del sole, rimarrebbe accecato e non riuscirebbe a vedere alcunché. Il prigioniero si troverebbe sicuramente a disagio e s'irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo.
Volendo abituarsi alla nuova situazione, il prigioniero riuscirebbe inizialmente a distinguere soltanto le ombre delle persone e le loro immagini riflesse nell'acqua; solo con il passare del tempo potrebbe sostenere la luce e guardare gli oggetti stessi. Successivamente, egli potrebbe, di notte, volgere lo sguardo al cielo, ammirando i corpi celesti con maggior facilità che di giorno. Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell'acqua, e capirebbe che: « è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano. » (Platone, La Repubblica, libro VII, 516 c - d, trad.: Franco Sartori)
Resosi conto della situazione, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all'ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna; durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri, in quanto sarebbe tornato dall'ascesa con "gli occhi rovinati". Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento ed, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell'accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte. Ti è piaciuto questo articolo? Vuoi dire la tua? Lascia un messaggio sul Forum di VoxPopulix nella sezione disconnessi.org.
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Commenti
pensare che nè al liceo né all'università ho mai veramente capito il mito della caverna. Poiché la filosofia non va capita ma sentita...non con la testa ma con la pancia, con le viscere... per uscire dalla caverna bisogna accettare la propria nullità. Sono "entrata" nella filosofia di Platone e di Socrate quando ho iniziato il mio cammino spirituale.
Il passo ulteriore sta nel comprendere che il mondo ce lo disegniamo noi, che il pensiero diventa forma e che la nostra realtà è una proiezione di ciò che abbiamo dentro.
E che la vera rivoluzione la fa ciascuno di noi dentro di sé. Il riscatto dalla condizione di cavernicolo sta in un atto di fede e di Amore in se stessi e per se stessi, per la terra e per i fratelli che sono incatenati là, nella caverna. Liberiamoci dalle catene dell'ignoranza e dell'inconsapevolezz a: questo è l'unica via un abbraccio Pashianti